Perché una sede confiscata alla mafia diventa la casa di un’associazione queer

C’è un negozio in via Anderlini, nel centro di vicinato della Sacca a Modena, che per anni è appartenuto alla criminalità organizzata. La legge glielo ha tolto. E quel negozio ora è la nostra sede: lo Spazio Denise e Lea Garofalo.

Sono 68 metri quadrati confiscati in via definitiva alle mafie e restituiti alla città: il Comune di Modena, che aveva manifestato interesse fin dal 2017 quando è stata avviata la procedura di confisca, ha formalizzato la candidatura con una delibera di giunta proposta dal sindaco Gian Carlo Muzzarelli. L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati ha accettato, e il bene è stato destinato a finalità di pubblica utilità, assegnato a soggetti del terzo settore.

Noi siamo quei soggetti. E non ci sembra un dettaglio.

Un bene strappato alle mafie che viene affidato a un’associazione LGBTQIA+ non è solo una questione di locali e stanze. È una risposta concreta a chi dice che le comunità debbano nascondersi: lo Stato restituisce alla collettività uno spazio sottratto con l’illegalità, e quello stesso spazio accoglie le persone che più faticano a trovare luoghi propri.

Come ha detto l’assessore alle politiche per la legalità Andrea Bosi, è “un bene confiscato alle mafie che in questo modo sarà restituito alla comunità modenese”. Noi aggiungiamo: restituito anche a chi, in quella comunità, non ha sempre avuto un posto.

Cosa faremo di questo spazio

Da maggio 2026, ogni martedì, quella che era una stanza qualsiasi è diventata la casa di Cliché Modena APS. Al momento l’abbiamo usata per le riunioni dell’associazione, e ci siamo già profondamente innamorati di quel posto. Ma le cose stanno per cambiare:

  • Le serate di giochi di società con We Role, che debuttano il 24 novembre
  • Le attività delle nostre aree, dalla cultura allo sport
  • Ma anche esperienze culinarie e culturali grazie alla vicinanza con ristoranti e realtà marocchine

Lo vogliamo pensare come una casa aperta: uno spazio che la comunità riconosca come suo, dove entrare per giocare, leggere, guardare un film o semplicemente stare.

Una storia di restituzione

I beni confiscati alle mafie sono uno degli strumenti più belli che l’Italia si sia data: la legge 109 del 1996 prevede che quello che viene tolso alla criminalità organizzata torni ad avere utilità sociale. Asili, comunità, cooperative culturali. E oggi, a Modena, anche una associazione queer che trasforma 68 metri quadrati di illegalità in una casa per tutti.

Il nome: Denise e Lea

Lo spazio porta il nome di Lea Garofalo e di sua figlia Denise. Lea, nata a Petilia Policastro in Calabria, è stata una testimone di giustizia: dopo aver collaborato con le indagini contro la ‘ndrangheta, il 24 novembre 2009 è stata rapita, torturata e uccisa dall’ex compagno. Del suo corpo, sciolto nell’acido, non è mai stato ritrovato nulla.

Sua figlia Denise, che aveva diciotto anni, ha avuto un coraggio che pochi possono immaginare: ha testimoniato in tribunale contro il proprio padre, fino alla condanna. Per questo oggi il suo nome è accanto a quello della madre.

Una madre e una figlia: due donne che hanno scelto la legalità sapendo quanto sarebbe costato. È a loro che è intestata la nostra casa. Non avremmo potuto desiderare un nome più giusto per una comunità come la nostra, che di coraggio e di case rubate se ne intende.

Per noi avere la sede lì non è un dettaglio logistico. È una dichiarazione: crediamo nei luoghi che si riprendono la propria storia.

Se passi da via Anderlini un martedì, suona pure. La porta dello Spazio Denise e Lea Garofalo è quasi sempre aperta.